20 gennaio 2022

Il covid non fa neanche dormire, Calabresi (Gemelli): "Farmaci non sono unica soluzione, dedicarsi attività fisica all'aperto"

Il Covid-19, tra le molteplici ripercussioni che lascia sulla salute psicofisica degli italiani, non fa dormire sonni tranquilli. Sono infatti aumentati a dismisura gli episodi di insonnia e i disturbi del sonno legati anche all'incertezza di uscire fuori da una pandemia che dura da ormai da due anni tra impennate e discese dei contagi e nuove restrizioni. Ma ricorrere alle pillole per dormire è l'unica opzione? Ed è vero che tra gli effetti della sindrome 'long covid', la difficoltà a prendere sonno è così frequente? Per cercare la soluzione giusta è bene non affidarsi a 'dottor Google' piuttosto andiamo dallo specialista o parliamo con il nostro medico di medicina generale. Per fare luce su tutti questi punti l'agenzia di stampa Dire ha raggiunto telefonicamente il professor Paolo Calabresi, Direttore del reparto di Neurologia del Policlinico Gemelli di Roma.
 
- In base alla sua esperienza cosa ha potuto osservare in questo lungo periodo? Per migliorare la qualità di vita di queste persone l'unica soluzione è rappresentata dai farmaci?

"Per dare una risposta ai disturbi del sonno ovviamente I farmaci, sia gli ipnoinducenti che gli antidepressivi, non sono l'unica soluzione e comunque vanno usati in casi che nonrispondono a terapie non farmacologiche. E' necessario che lo specialista metta al servizio del paziente delle strategie, compreso il sostegno psicologico, che permettano a questi soggetti di uscire di casa, dall'ambiente di lavoro o dello smart working. Come riuscirci? Innanzitutto valorizzando l'attività fisica da praticare all'aperto, ad esempio al parco, un'opportunità ed una garanzia in tempi di Covid anche dal punto di vista sanitario. Il consiglio che offro ai miei pazienti affetti da insonnia è quella di dedicarsi al movimento per attivare una risposta fisiologica al problema insonnia. Basta anche passeggiare a passo veloce per ripristinare i neurotrasmettitori che sono alterati nel cervello e che possono essere la causa della patologia, stimolando dei fattori trofici cerebrali endogeni. Al contrario, ricorriamo ai farmaci solo quando tutti questi approcci non permettono di ottenere risultati benefici. Naturalmente ci può essere la necessità per i soggetti più fragili e vulnerabili di un supporto psicologico e quando necessario della prescrizione di farmaci ipnoinducenti e non, secondo il profilo del paziente. Va compreso che l'insonnia molto spesso è la punta dell'iceberg della depressione, che va affrontata, ed è il nemico nascosto che può causare l'alterazione del sonno. Perciò il ruolo del medico, in particolare del neurologo e dello psichiatra, è comprendere i problemi del paziente e offrire risposte adeguate per quel soggetto andando alla radice del problema. Problemi che affliggevano già molte persone in epoca pre-pandemica e che oggi sono esplosi in pandemia perché la restrizione sociale, la difficoltà ad uscire di casa o dal recinto lavorativo è sempre più crescente. Va considerato un approccio integrato che non preveda solo un piano di risposta".

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