02 marzo 2021

Salvato dal Covid, chiama il figlio come l’infermiere che lo ha curato: il piccolo Diego è speranza

Il piccolo Diego è un bambino speciale perché è un simbolo di speranza. È nato a settembre del 2020, il nome lo ha eredito dall’infermiere che ha salvato la vita al suo papà, Stefano Provini, quando era ricoverato per Covid nel reparto di Terapia intensiva a Piacenza. Il suo ricovero è iniziato un anno fa mentre Diego Zuffada, infermiere piacentino di 35 anni, veniva trasferito al reparto di Terapia intensiva dove si moltiplicavano i letti per i malati covid positivi.

Non riuscivo più a respirare, la saturazione era a 76 e quando lo ho comunicato al 118 mi sono venuti a prendere subito con l’ambulanza. Nel giro di poche ore mi sono ritrovato con il casco nel reparto di Terapia intensiva – ricorda a Nurse Times Stefano Provini –. Mi sembrava di impazzire, faceva un rumore terribile. E’ lì che conosciuto l’infermiere Diego, con il quale si è creato subito un bel rapporto. E poi ricordo perfettamente anche i suoi colleghi e i medici che passavano come meteore perché avevano tanto da fare, ma c’era comunque molta umanità. Io devo la vita a queste persone”.

La paura di Stefano era moltiplicata perché non solo a spaventarlo c’era la lotta contro il virus, ma anche il fatto che la moglie era incinta al terzo mese mentre lui era ricoverato. Aveva il terrore di non riuscire ad abbracciare mai suo figlio a causa del maledetto virus. “Non ho avuto dubbi sul nome perché l’infermiere Diego si è preso cura di me in un momento difficile. Abbiamo la stessa passione per la natura e per i viaggi e, se non ci fosse stato lui, sarebbe stato molto difficile tenere su il morale in quei giorni. Così, quando è nato mio figlio all’ospedale di Piacenza lui era in reparto e io l’ho chiamato per farglielo conoscere subito. In quel momento gli ho comunicato che avevo scelto proprio il suo nome”.

Per me è stata una sorpresa e una grande emozione – commenta Diego Zuffada –. Con Stefano siamo rimasti amici. Lui aveva il casco ed era sveglio, quindi vedeva tutto ciò che succedeva intorno a sé in reparto. Per questo non aveva solo bisogno di cure farmacologiche, ma anche di vicinanza. Dopo un po’ di tempo dalle dimissioni siamo stati noi a contattarlo per sapere come stava perché avevamo bisogno di storie positive per tirarci un po’ su di morale, dopo aver assistito a tanta sofferenza”.

 

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