25 marzo 2020

La morte di una madre e il viaggio per “tornare a casa”: come aiutare un bambino ad affrontare il lutto

Chiunque si sia trovato ad affrontare la morte di un proprio caro sa che è un’esperienza tutt’altro che semplice da superare. Forse nessun’altra circostanza, più di questa, stravolge il nostro presente e le aspettative sul futuro. Quando parliamo poi della morte di una madre i cui figli non hanno ancora raggiunto l’età adulta, appare tutto ancora più complicato.

Come si può aiutare un bambino ad affrontare il lutto materno? Ne abbiamo parlato con il dottor Francesco Marino, laureato in Psicologia.

La genitorialità e la funzione materna

La genitorialità è un processo di promozione, cura, sostegno dello sviluppo fisico, emotivo, intellettuale, sociale ed esistenziale di un bambino dalla sua nascita fino alla prima età adulta. “Chi sono?”, “Da dove vengo?”, “Cosa desidero?” sono domande che il bambino si pone a cominciare dal rapporto con i genitori, i quali diventano modelli di riferimento, pilastri iniziali (ma non ultimi) del suo sviluppo. Secondo Recalcati (2013, 2015), i genitori possono assolvere una funzione materna e/o paterna, non per forza relegate rispettivamente alla donna e all’uomo, ma incarnate in entrambi i sessi; queste funzioni saranno insegnate al bambino, nel bene e nel male, a seconda dei diversi stili e modelli genitoriali, tramite l’esperienza. Quando parliamo di funzione paterna si fa riferimento alla spinta verso la scoperta del mondo, delle leggi, dei limiti. È volta al portare fuori il bambino dalla sua famiglia, come “figlio del mondo”.

Ma prima di questa funzione, il bambino dalla nascita impara ad esperire innanzitutto un maternage, votato alla protezione, alla cura, alla presenza: “io ci sono” equivale a “ti accetto così come sei”; tale funzione-specchio restituisce al bambino il proprio Sé (Winnicott, 1971), ovvero la madre impara a essere per il bambino una continuità nella sua esistenza affinché possa creare gradualmente una propria identità; a ciò si associa il concetto di base sicura (Bowlby, 1979), una “casa” presso cui il bambino sente di poter tornare, riposare e sentirsi al sicuro nei momenti di esplorazione del mondo o di pericolo.

Cosa succede quando la madre, colui o colei che svolge ovvero prevalentemente una funzione materna, viene a mancare?

Il momento zero: il lutto per la perdita di una madre

Il lutto di una figura cara diviene per un bambino, come per un adulto, un processo di destabilizzazione della vita. Quando un minore perde un genitore, la mancanza è percepita in famiglia in termini di accudimento, protezione, cure, senso di sicurezza e di attaccamento; il tempo sembra fermarsi, come se il bambino si sentisse “bloccato” nel vuoto che genera la presenza dell’assenza della persona che l’ha accudito. Anche lo sviluppo psico-emotivo e intellettivo ne possono risentire, in quanto a rischio di generare un trauma se non venisse ben elaborato. E’ una situazione estremamente delicata da affrontare, perché inevitabilmente porterà a una riorganizzazione dello stile di vita della famiglia e le abitudini, ovvero alla ricerca di un nuovo equilibrio.    
    
Va inciso che madri e padri svolgono una funzione di reciproca e cardinale importanza, e co-contribuiscono a strutturare l’identità del bambino ma, mentre la perdita di un padre può esser letta, molte volte, in termini di perdita del desiderio di esplorare nel bambino, ovvero conoscere autonomamente altro rispetto alla propria realtà e linguaggio familiari, la perdita della madre affonda le sue radici nei bisogni primari di accudimento, della necessità, di una “casa” senza la quale il bambino potrebbe sentirsi come un errante, “sfrattato”, un abbandonato.

Di cosa tener conto prima di introdurre al bambino la morte della madre

Innanzitutto, va premesso come non sia affatto vero che un bambino non possa realmente capire il concetto di morte, e che quindi non vada comunicatogli nulla o va dettagli una bugia: il bambino non trarrà alcun giovamento nel sentirsi dire che “la mamma è in vacanza” o “è partita per un lungo viaggio, ma mi riferisce di salutarti”, nella speranza che dalla memoria del figlio possa via via sbiadire l’immagine della madre defunta, e con essa la sua mancanza. I legami significativi sono molto più complessi, sono dei modelli interni che determineranno una qualità di rapporto, ovvero uno modo di relazionarsi, anche nelle future interazioni con il mondo (Bowlby, 1979): il bambino ha una rappresentazione interna del genitore, dunque non si tratta di un fermo-immagine della madre, ma di vicende, episodi significativi trascorsi con la persona, qualcosa che è avvenuto “tra” madre e figlio (Stern, 1998): dire a un bambino che la mamma è in vacanza equivale a sovrapporre alla precedente rappresentazione di una mamma coinvolta nel legame col bambino, quella di una mamma disinteressata che preferirebbe più viaggiare e andare in vacanza che prendersi cura del figlio, ed è questo stravolgimento del significato che la relazione ha assunto ad essere realmente traumatico. E’ vivamente sconsigliato perciò ricorrere a scusanti o bugie.      

Altrettanto dannoso potrà essere non dirgli nulla, lasciando il bambino in balìa di fantasie errate. Invece, è importante comunicargli le modalità in cui la madre è morta, in modo da essere sinceri e onesti, non lasciandolo in balìa di malinterpretazioni sul fatto. Sicuramente quanto più la morte della madre è stata violenta e tragica (es. pensiamo ai casi di suicidio, o una catastrofe) tanto più è difficile poter dire al bambino come sono realmente andate le cose, va valutato quanto entrare a fondo nei dettagi, a seconda dell’età e della sensibilità.

Per capire come riferire al bambino un evento simile, va tenuto conto anche degli aspetti individuali del bambino: il temperamento (caratteristiche biologiche della personalità con cui ognuno di noi nasce), le risorse psicologiche, la sua capacità di resilienza di fronte al dolore, i suoi limiti.

Altro fattore importante è l’età in cui avviene il lutto. A seconda dell’età, cambia la maturità emotiva e cognitiva del bambino. Nonostante alcuni bambini possano sembrare molto maturi e intelligenti rispetto alla loro età per assorbire un duro colpo come questo, non va dimenticato che emotivamente sono fragili e non vanno adultizzati.     
             
Secondo Faretta (in Mazzoni e coll., 2018), si nota come bambini da zero a tre anni assorbono come spugne perlopiù le emozioni e l’atmosfera che potrà esserci in casa con la scomparsa della madre, ma difficilmente possono realmente comprendere il concetto di vita e morte. Bambini tra tre e sei anni già entrano nel mondo del simbolico, possono quindi capire il concetto di vita e morte, ma vedono quest’ultimo come uno stato transitorio: “quando torna?”, e faranno molte domande. Tra i sei e i nove anni già comprendono meglio l’irreversibilità della morte, e ne potranno emergere sentimenti di perdita molto più difficili da gestire, come anche negare la morte, sentirsi ansiosi, depressi insicuri. Fino a dodici anni, il dolore può risultare essere più interiorizzato, i pre-adolescenti preferiscono gestire per conto loro il dolore, assumendo un atteggiamento più introspettivo, creando distanza con il dolore e con gli altri quando si tratta di affrontare la tematica “lutto”.

Fatte queste premesse, va chiarito che non c’è un manuale generico preconfezionato per sapere come trattare qualunque tipo di bambino di fronte a una grave perdita quale la morte di una madre, perché ogni bambino è unico nel suo genere, con la sua sensibilità e le sue capacità, e non sarebbe proficuo cercare di “preservarlo da qualunque male”, nel momento in cui la vita pone di fronte ad ogni individuo diverse sfide. Sicuramente un metodo per cercare di aiutare il bambino è sviluppare un ambiente affettivo che gli consenta con autenticità e creatività di elaborare la perdita.

“Come” dire a un bambino che la mamma è morta, e come aiutarlo a crescere con il dolore

Qui di seguito saranno proposti alcuni punti chiave (in parte ispirati a e presenti sul sito www.ouders.it) che possano aiutare i familiari (genitore, tutore, altri membri significativi) a comunicare con il bambino e, a mano a mano, aiutarlo a convivere con il dolore, contenendolo:

·         E’ utile riferirgli l’accaduto gradualmente, con un linguaggio idoneo per l’età del bambino;

·         Verbalizzare le emozioni che il bambino potrebbe provare: a volte è difficile per il bambino capire come si sente, se un adulto glielo dice lo aiuta a mentalizzarlo meglio. Questo potrebbe essere utile anche prima del funerale, se l’adulto valuta che sia opportuno che il bambino presenzi e non sia eccessivamente straziante;

·         E’ bene dirglielo a breve distanza di tempo dall’accaduto;

·         Per Verando e Russo (in Mazzoni e coll., 2018), a seconda dello stadio di vita, è bene cercare di far comprendere i concetti di vita e morte in termini di universalità (affinché il bambino non sviluppi l’erronea convinzione che un evento simile sia accaduto solo a sua madre), irreversibilità (per non dargli speranze che la madre possa tornare indietro); inevitabilità (far capire che è il corso della vita, a cui tutti siamo prima o poi destinati);

·         Metterlo a contatto con le emozioni più spiacevoli e riconoscerne la loro importanza: la rabbia come ciò che ci procura energia, la paura ci difende da pericoli, la tristezza come ciò che ci fa riflettere. Fargli comprendere che non c’è niente di sbagliato nel provarle e che non è un “cattivo bambino” se le prova;

·         Non permettere al bambino di negare la morte, ma al contempo ammorbidire la realtà riguardo al fatto che, sì, mamma e papà possono non esserci in più, ma che i genitori vorrebbero stare con i loro bambini sulla Terra per molto tempo ancora;

·         Non mentire al bambino, ma non metterlo nemmeno troppo di fronte alla crudezza della situazione: bisogna essere perciò delicati e al contempo sinceri su come ella è morta;

·         I bambino potrà aver bisogno di esplicitare gli stessi dubbi e potrebbe fare le stesse domande. Questo gli serve per superare lo shock e cominciare a mano a mano a prendere contatto con la realtà. E’ necessario che l’adulto, pazientemente, ripeta le cose e sia sempre disponibile a esplicitare i suoi dubbi, sesente di averne;

·         L’adulto deve essere coerente nelle risposte che darà al bambino, e può essere il primo a mettersi in gioco riguardo alla proprie emozioni per la morte della persona cara. Esprimere verbalmente i propri sentimenti al bambino, cioè fungere da modello, consente al bambino di percepire le proprie idee come valide e legittime, sente che “se ne può parlare”, sono condivisibili, e ciò lo farà sentire meno solo. Può anche essere lecito piangere col bambino, ma fargli sentire, nel pianto, che c’è un conforto reciproco per andare avanti insieme e non uno struggimento esistenziale e disperato;

·         E’ necessario, dopo l’accaduto, aiutare il bambino creandogli un tempo e uno spazio di qualità (inteso come spazio in cui l’adulto ha nella mente il suo bambino) col fine di riflettere sul lutto. A seconda delle età e delle inclinazioni, il bambino potrebbe disegnare, scrivere una lettera, fare attività creative varie (es. far volare via un palloncino quando il bambino è pronto a lasciarlo andare, un messaggio in una bottiglia), guardare insieme film per bambini che trattano la tematica della morte (es. Coco della Pixar, Bambi della Disney o altro) e che permettano al bambino di empatizzare con i personaggi immaginari; guardare le foto o ricordare alcuni effetti personali della madre;

·         Il bambino è delicato e fragile, ma non va iperprotetto da insegnanti e familiari: dargli una licenza speciale, una giustifica per tutto a causa della perdita può sembrare un movimento empatico ma per il bambino può diventare una lenta tortura, perché sentirà alle spalle di ogni sua azione l’ombra della madre perduta, nascondendo la sua individualità e la sua identità;

·         Un altro aspetto fondamentale è far capire al bambino che non è assolutamente colpa sua ciò che è accaduto alla madre; è un concetto molto delicato da trasmettere, soprattutto se non ci fosse stato un buon rapporto tra bambino e madre (sia frequentemente sia negli ultimi momenti prima della sua morte, ad esempio per qualche marachella); questo aiuta il bambino a capire che ci sono delle cose che avvengono senza che ci sia una colpa od una punizione, alcune cose avvengono per caso, per accidente, e non è sempre colpa di nessuno. Ciò favorisce nel bambino un buon rapporto con la dimensione del perdono (per sé, per la madre, per altri) e della accettazione della realtà.

Per concludere, il compito dell’adulto (l’altro genitore, tutore, altri membri significativi per il bambino) è di sforzarsi, allora, di aiutare il bambino a riprendere a vivere una vita quanto più ordinaria nonostante una condizione stra-ordinaria, che influirà inevitabilmente sul corso della vita del bambino. Non si tratta di far vivere le cose “come erano prima”, perché non possono esserlo, ma di rassicurarlo nella continuità dell’esistenza. Ciò gli infonderà speranza nell’avvenire.

Questo tipo di forma mentis dell’adulto da trasmettere al bambino gli permetterà di creare una continuità tra passato, presente e futuro. Chiaramente, non è una modalità da utilizzare un numero contate di volte. L’aspetto più frustrante nell’adozione di questa forma mentis è proprio nel tempo, nella costanza, nella capacità di renderlo un abito in cui semplicemente stare, affinché il bambino possa attingervi tutte le volte in cui ne avrà bisogno.

Cose da non dire e non fare

 ·         Adultizzare il bambino e credere che sia capace e privilegiato al punto tale da saper affrontare la perdita come un adulto;

 ·         Non infantilizzare eccessivamente il bambino proteggendolo in una bolla;

 ·         Sopprimere le sue emozioni, perché è ciò che causa realmente sofferenza in lui, non la loro espressione;

 ·         Non rimproverare le sue emozioni e distinguerle da comportamenti errati: rimproverare o punire un bambino perché, preso dalla rabbia, ha picchiato un coetaneo, è un conto, riguarda il comportamento; punire un bambino a causa della rabbia in sé, riguarda le emozioni, ed è errato;

·         Evitare frasi quali: “so come ti senti”, “almeno hai anche papà/fratelli”, “potrebbe essere peggio”, “se non uccide fortifica”, perché sono frasi che non generano un dialogo e espressione delle emozioni, ma anzi, le fa tacere.

·         Anche far finta come se nulla fosse accaduto è peggio, renderebbe ancora più irreale la realtà dei fatti.

·         Non bisogna pretendere dal bambino troppo, ma nemmeno poco.

 

Accorgimenti per gli insegnanti:

Molte delle funzioni adulte finora suddette possono valere anche per gli insegnanti, in quanto a contatto con il bambino durante la vita scolastica e che possono fare la differenza nella gestione del suo lutto. Il bambino in lutto ha un impatto sulla classe, e perciò va accolto nel suo rientro e supportato in maniera adeguata, creando un contesto educativo volto alla manifestazione delle emozioni, che sia in forma strutturata (es. circle time) o meno (es. disegno, immaginazione guidata, anche semplicemente parlarne in classe), a seconda del clima tra gli alunni e la loro sensibilità individuale. L’insegnante potrebbe anche incentivare gli alunni a empatizzare con il compagno, chiedendo loro cosa ognuno vorrebbe sentirsi dire nel caso in cui fossero stati loro ad avere un lutto, e come vorrebbero perciò essere trattati nel loro rientro a scuola.
E’ importante infine dare al bambino in lutto un senso di routine, una continuità con il passato, affinché creino un senso di sicurezza e prevedibilità. Lo stesso vale per il rispetto delle regole e per l’assegnazione dei compiti: non bisogna essere né lassivi né eccessivamente esigenti.

A chi rivolgersi se si manifesta un “lutto complicato”?

I segnali che sottendono a una manifestazione di un lutto complicato possono essere svariati, da quelli psico-fisiologici (insonnia/ipersonnia, fare la pipì a letto, poco o smisurato appetito, somatizzazioni, escoriazione, strappamento dei peli ed altri) a quelli psico-emotivi (senso di colpa, rabbia per un nonnulla, aggressività, vandalismo, umore depresso, ansia al punto da essere appiccicosi e paura per l’eventuale morte di altre persone e/o paure che erano presenti in fasi precedenti della crescita, fissazioni per alcune attività, sottoposizione eccessiva a giochi violenti, e molti altri).

E’ necessario in tal caso attivare una rete sicura attorno al bambino, la quale includa il genitore/tutore, parenti, insegnanti, pediatri per monitorare lo stato di salute fisica del bambino, e psicologi al fine di sostenere il bambino e/o il resto della famiglia.

Anche il papà può chiedere un aiuto per sé. Infatti, aiutare il bambino aiutandosi è cardinale: come può il bambino avere fiducia nel genitore se non è il primo a saper alfabetizzare le sue emozioni e reggere il contatto emotivo con il bambino? Un percorso psicologico può dare beneficio al genitore anche per bilanciare i vari aspetti della propria vita, ovvero non creare delle situazioni di totale annullamento di sé ed evitamento delle proprie altre identità (in quanto persona, lavoratore, amico) in quanto “padre tutto per i figli, solo per i figli” al fine di “riparare” i propri figli e il torto subito.
In verità, ciò che serve al figlio che ha perso la madre, è ciò che serve anche al bambino interiore del genitore (in quanto lui stesso è stato un bambino in passato), in modo che possa sintonizzare il suo Io bambino con quello del figlio in lutto e capirne le esigenze e i bisogni (Winnicott, 1965 1975).

 

Per concludere… siate creativi!

Questo articolo mostra alcune modalità e suggerimenti per tentare di adottare una forma mentis atta a contenere il bambino durante un processo di lutto. È, ciononostante, vivamente consigliabile che i genitori siano disposti a imparare dai bambini su come aiutarli attraverso il modo più adatto per quel determinato bambino… navigando con il bambino ovunque voglia andare, ma mantenendo fermo il timone e sapendo cosa è bene per lui.

 

Per contattare il dottor Francesco Marino e approfondire l'argomento: francescomarino119@hotmail.it 

 

Bibliografia

Bowlby, J. (1982) Costruzione e rottura dei legami affettivi. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Mazzoni, G.P., Aldi, G., Volpi, S., Facchini, A., Fernandez, I. (2018). EMDR nel lutto infantile. Report di un intervento in una classe di seconda elementare. Rivista di psicoterapia EMDR, 35, 24-36.

Recalcati, M. (2013). Il complesso di Telemaco: genitori e figli dopo il tramonto del padre. Feltrinelli Editore.

Recalcati, M. (2015). Le mani della madre: desiderio, fantasmi ed eredità del materno. Feltrinelli Editore.

Stern, D. N. (1998). Le interazioni madre-bambino: nello sviluppo e nella clinica. R. Cortina.

Winnicott, D. W. (1971). Gioco e realtà. Armando editore.

Winnicott, D. W. (2013). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando editore.

Winnicott, D. W. (2017). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Giunti OS Psychometrics.

Sitografia

Spuij, M. & Boelen, P. (2008) Rouw en verliesverwerking door kinderen en jongeren, in: https://www.ouders.nl/artikelen/rouw-en-verliesverwerking-door-kinderen-en-jongeren [consultato il 15/03/2020]

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