22 marzo 2020

Coronavirus. Quando sono i figli a dover proteggere i genitori

Ho trovato sul web una foto di un giornalista e fotografo, Andrea Cherchi e me ne sono innamorata. Lo cerco, trovo un post su Fb che spiega tutto, leggo la storia. Un incontro umano fra lui e una figlia, una figlia che saluta sua madre a distanza, che è ad una finestra di una casa di riposo chiusa ai visitatori, per farsi vedere… per tranquillizzarla con la sua presenza fisica che tutto va bene.

Credits: Andrea Cerchi

Un gesto semplice, testimone del tempo che stiamo vivendo in cui l’amore può farci del male, può fare del male ai nostri genitori. Perché insieme agli immunodepressi e alle persone affette da patologie gravi, sono proprio loro, gli anziani, i nonni, come vogliamo chiamarli, ad essere maggiormente a rischio e a non averne purtroppo una grande percezione. Come è difficile spiegare ad 70enne, e più - che ha superato in infanzia il postguerra, le crisi, le riprese e ha vissuto tutti gli anni della vita fra lavoro duro, orde di figli e tenere un matrimonio in piedi nonostante tutto - che oggi si combatte un nemico invisibile. Ma feroce. E se si appellassero a San Tommaso per loro neanche esisterebbe…

Non vedo mia madre dall’8 Marzo. Ci ero andata a pranzo, già da una settimana piena senza baci e con la dovuta distanza, e poi mi sono ammalata, una forma gastroenterica fortissima che mi ha debilitata in tutto, stomaco, pancia, febbre. Una guerra telefonica con lei, 70anni, insegnante in pensione, quattro figli, ex paziente oncologica, recentemente operata per inserimento protesi al ginocchio che “giustamente” pretendeva di stare accanto a sua figlia. Non sono mai stata malata in modo così aggressivo e mai stata sola in una circostanza del genere. Ma negli spasmi del vomito e della dissenteria io pensavo: “Ma la mia forma virale cosa potrebbe mai diventare in lei e papà?”. Era gastroenterite e non Covid-19 ma avrei potuto intaccare il loro sistema immunitario, essere, che ne so, veicolo di una qualche infezione. E ho detto no. Papà, il secondo giorno quando sono stata in grado di alzarmi, i medicinali me li ha lasciati fuori la porta. E per almeno un’altra settimana ci penseranno le video chiamate.

Sapete quanti mi hanno detto “Ma come?? Da sola?”. Si, perché io i genitori li voglio ancora accanto e se i medici raccomandano come unica forma di contenimento, l’isolamento io lo faccio. Anche se mi mancano. Ma proteggerli e proteggermi è mio compito adesso. Vi ho raccontato questa storia per farvi capire quanto sia doloroso ma necessario il distacco adesso come misura precauzionale. Questo mio pensiero è rivolto a chi in preda alla noia o al mancato adattamento di misure straordinarie crede davvero di non correre rischi a fermarsi a chiacchierare per strada o dal panetterie.

E invece no. Ovunque può esserci il nemico, che non è la persona con la quale si è parlato ma un virus che solo adesso stiamo imparando a conoscere e, con un cauto ottimismo, per citare il Prof. Ascierto, a combattere.

State a casa. Non è un’imposizione ma l’unica alternativa che abbiamo per salvarci.

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