12 febbraio 2020

Morte psicogenica, la ricerca rivela che a volte ci lasciamo morire

Potrebbe essere confusa con la sindrome del cuore spezzato, ma in realtà è anche peggio: colpisce infatti chi si sente solo un perdente, chi non ha più nulla di buono da aspettarsi nella vita, chi ha perso ogni tipo di desiderio. Secondo la ricerca del professor John Leach, docente di psicologia all’Università di Portsmouth, Usa, è una morte che arriva non perché si è ammalati, ma perché, semplicemente, ci si lascia andare a tal punto da far sopraggiungere la morte. 

In uno studio appena pubblicato su Science Direct viene descritta come una condizione in cui le persone sviluppano una apatia estrema, una perdita delle speranze, la non voglia di vivere, e nonostante non siano presenti cause organiche, alla fine si socconbe. Se il processo che porta a lasciare ogni presa sulla vita non viene arrestato, la morte arriva di solito in circa 3 settimane dopo che si è iniziato a “ritirarsi”. E’ una sorta di deterioramento psicologico progressivo che porta però a un risultato definitivo sul nostro corpo.

Ma nel caso della morte psicogenica non ci sono effetti secondari, non vengono innestati disturbi specifici, come per  la sindrome del cuore spezzato: si tratta della cardiomiopatia da stress caratterizzata da una disfunzione del ventricolo sinistro, di solito transitoria, che si manifesta con sintomi che possono simulare una sindrome coronarica acuta. Non è però un vero e proprio attacco di cuore.

La morte psicogenica però non viene preceduta da questi sintomi. Interviene quando, dopo aver subito uno shock, la persona sente di non avere vie di fuga e ritiene che la morte sia l’unica opzione

 La ricerca ha indagato anche sulle cause: il deterioramento potrebbe nascere da un malfunzionamento che si verifica nella corteccia cingolata anteriore. Questa parte del nostro cervello è la responsabile delle motivazioni e controlla il comportamento che permette il raggiungimento degli obbiettivi.

La morte sopraggiunge dopo che si sono superati cinque stadi, tutti legati all’isolamento sociale e alla poca voglia di vivere, come una profonda depressione.

Per gli esperti una via di fuga dalla morte psicogenica c’è

Fortunatamente questo processo non è inevitabile. Se chi soffre non viene lasciato solo, si può intervenire per fermare i vari passi. Attività fisica obbligata e organizzazione della quotidianità possono invertire la situazione. È importante che la persona possa rendersi conto della sua situazione e riprendere il controllo con strumenti, anche semplici. Sesso, cibo buono, acqua, bevande, ma anche sostanze stupefacenti lievi, e anche l’ascolto della musica, permettono il rilascio di dopamina, che riporta motivazione, senso di ricompensa, buon umore e attenzione.

 

 


Redazione


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