05 febbraio 2020

I ricercatori che ci salvano la vita con stipendio da fame, 2.500 precari in Italia

Sono professionisti, qualificati e lavorano nelle strutture più all’avanguardia d’Italia. Indossano il camice bianco e ogni giorno affrontano una sfida enorme: quella di trovare le cure alle malattie infettive, rare e degenerative che si diffondono in Italia e nel mondo. Ovviamente l’ attuale esempio rampante del lavoro che svolgono i ricercatori è quello legato allo straordinario risultato ottenuto all’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani di Roma, dove pochi giorni fa, un team di ricercatrici è riuscito a isolare il coronavirus.

Nel caso di specie si tratta di un team composto in totale dai sei ricercatori e virologi, con una maggioranza di quote rosa. Tuttavia, questi specialisti che ci salvano la vita, però, a stento arrivano a fine mese: hanno uno stipendio da fame e vivono nel precariato.

L'analisi delle associazioni di catgoria

Ovviamente non solo il “dream team” dello Spallanzani ha difficoltà economiche perché, nei cinquanta Irccs – gli istituti di ricovero e ricerca di eccellenza, finanziati con soldi pubblici, ci sono 2.500 camici bianchi precari – proprio come ricordano le numerose poteste di settore avvenute negli ultimi anni.

L’ennesimo allarme lo ha inoltrato L’Arsi, l’associazione dei ricercatori della sanità, che più specificatamente ha raccontato che, finora ai ricercatori – quelli più fortunati – vengono riconosciuti 1.500 euro netti per dodici mensilità. “Non può esserci una assunzione, perché nel sistema sanitario italiano manca tuttora il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato”.

Mentre un’altra denuncia, sempre relativa alla precarietà degli specialisti, arriva dal Cnr: “La mancanza di programmazione ha generato una trasformazione quasi ontologica della figura dell’assegnista di ricerca – recita la denuncia -. Rendendo questa figura sempre più precaria”.

Dunque, per renderci realmente conto della situazione, bisogna considera che un'indagine dell'Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia (Adi) rivela questo: dei 13.029 assegnisti che oggi lavorano in un ateneo statale con un dottorato alle spalle - parliamo di ricercatori pagati per un periodo da uno a tre anni, contratto rinnovabile una volta - solo il 9,5 per cento troverà una collocazione a tempo indeterminato all'interno di una delle sessantacinque università statali del Paese.

  

 

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