massimo crapis
13 maggio 2019

Resistenza ai farmaci. ll dottor Massimo Crapis: “Bisogna agire in sinergia”

Le Agenzie Onu lanciano un allarme: il fenomeno della resistenza ai farmaci è in continuo peggioramento, entro il 2030 i morti potrebbero arrivare a 10 milioni.

Secondo gli ultimi dati raccolti dal “Gruppo di coordinamento sulla resistenza ai farmaci”, i casi di decessi per resistenza a medicinali di diverse tipologie hanno raggiunto quota 700.000 nel mondo, 230.000 solo per tubercolosi. Un fenomeno endemico che colpisce tutti i Paesi: le variabili socio-economiche, in questo caso, non pesano sull’ago della bilancia.

Abbiamo chiesto al dottor Massimo Crapis, Direttore del gruppo infettivologico dell’Ospedale di Pordenone, di fare chiarezza sulla questione.

In termini di utilizzo di antimicrobici, una categoria di medicinali che include anche gli antivirali, gli antibiotici e gli antifungini, - spiega Crapis - il concetto è sempre quello che ormai è ben noto nell’antibioticoterapia: più noi li utilizziamo, più i patogeni contro cui combattiamo cercano di diventare resistenti per poter sopravvivere”.

Un istinto naturale quello che spinge gli organismi contro cui combattiamo a adattarsi e a mutare pur di mettersi in salvo. Anche nel caso degli antifungini - meno conosciuti ai più, ma estremamente importanti nella cura delle malattie ematologiche, come dichiara l’esperto - “insorgono resistenze”.

È fondamentale dunque, per tentare di contrastare gli effetti nefasti del fenomeno, “saper utilizzare in maniera oculata le terapie antimicrobiche che siano esse antivirali, antifungine o antibatteriche senza applicare sovradosaggi”, dice il dottor Crapis, specificando che bisogna prescrivere una data terapia quando vi è la certezza della presenza di un’infezione e fare particolare attenzione al dosaggio in modo tale da ridurre la possibilità di selezione di resistenza.

Ma la resistenza ai farmaci non riguarda esclusivamente gli esseri umani: è invece strettamente correlata anche alla salute animale e a quella dell’ambiente.

Come medici, infettivologi, facciamo riferimento alla medicina ‘umana’, ma in realtà anche nella medicina veterinaria e nell’agricoltura l’uso di antifungini deve avvenire in maniera controllata” – afferma Crapis – “poiché se un antifungino viene utilizzato male in agricoltura c’è il rischio che il fungo diventi resistente e che possa poi entrare in contatto con un essere umano in una forma già evoluta e più difficile da combattere”.

Sono gli stessi esperti a sollecitare azioni a livello globale che vedano le diverse professionalità impegnate nella tutela e nella salvaguardia della salute, umana e animale, ma anche ambientale: “C’è un progetto, patrocinato dal Ministero della Salute, che prende il nome di ‘One Health’ (Un’unica Salute) – racconta l’esperto - e coinvolge non solo i medici, ma anche i veterinari e l’ambito agricolo. Prevede un confronto tra le diverse discipline allo scopo di individuare e comprendere le criticità su cui tutti dobbiamo agire in sinergia”.

 

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