28 dicembre 2020

Protocollo di Kyoto: l’accordo internazionale per contrastare il cambiamento climatico

Attestata la pericolosità dell’azione umana nei riguardi dell’atmosfera, è giusto analizzare la risposta dei leader mondiali nei confronti di questo processo. Nel 1992 a Rio de Janeiro si tenne il primo “Summit sulla Terra”, dove vennero evidenziate le cause che stavano avviandoci verso un percorso senza alcun finale roseo, ma la data che davvero fa da spartiacque tra il diverso approccio della coscienza mondiale nei confronti del problema climatico è indissolubilmente quella del dicembre 1997 quando nella cittadina giapponese di Kyoto i “Potenti della terra” hanno ratificato il Protocollo contro le emissioni.

Il trattato prevedeva una riduzione media del 5,6%, rispetto al 1990 che è stato considerato l’anno 0 da cui cominciare l’analisi,  delle emissioni e per entrare in funzione andava firmato e ratificato da almeno 55 Nazioni le quali dovevano rappresentare non meno del 55% delle emissioni di gas mondiali. Il trattato è così entrato in vigore unicamente nel 2014 grazie all’ingresso della Russia, nazione che da sola è responsabile di quasi il 18% delle emissioni, ma che è stato comunque messo in atto da buona parte delle nazioni già dal momento della firma. Ad ogni paese sono stati assegnati dei parametri diversi ed è importante considerare come nei paesi in via di sviluppo quali Brasile, Cina ed India non siano state imposte molte restrizioni in quanto considerate non colpevoli del raggiungimento della situazione attuale in quanto l’origine del tutto la si fa risalire dalla prima rivoluzione industriale ad appunto il 1990, periodo nel quale il loro contributo nocivo è stato considerato non significativo.

L’avversario da sconfiggere è inquadrato nei sei principali gas da ridurre: anidride carbonica, metano, protossido di azoto, esafluoro di zolfo, idrofluorocarburi e perfluorocarburi. Sebbene il principale dogma del protocollo fosse la capacità di ogni paese di ridurre da solo le emissioni, l’argomento centrale dell’accordo è stato nell’interazione tra i paesi facendo riferimento al mercato, i caposaldi sono tre, chiamati “Meccanismi flessibili”: ET- Emission Trading International: Ovvero lo scambio di crediti tra paesi industrializzati e ad economia in transizione, prevede che nel caso il primo abbia superato il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni, possa vendere i crediti aggiuntivi ad uno che non è riuscito a raggiungere la soglia richiesta. CDM- Clean Development Mechanism: Permette ai paesi industrializzati di realizzare interventi nei paesi in via di sviluppo, facendo si che questi possano diminuire le emissioni, permettendo cosi la realizzazione di crediti per il paese che promuove l’intervento. JI- Joint Implementation: Permette a paesi industrializzati e con economia in transizione di realizzare interventi in paesi appartenenti alla stessa fascia distintiva e di beneficiare entrambi dei crediti raggiunti. Al di là delle leggi di mercato, questa politica dimostra come solo con la cooperazione tra le nazioni si può riuscire a raggiungere un obiettivo così importante.

(Giuseppe Giuliano - Rcs Salute)

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