13 aprile 2020

La tutela dei lavoratori fragili ai tempi del coronavirus, la dettagliata analisi dell'esperto: occorre maggiore prevenzione

I luoghi affollati, inclusi gli ambienti di lavoro, possono costituire un contesto in cui la diffusione dei virus è favorita se non vengono adottate adeguate misure di prevenzione e protezione, ed oggi, ancora più di ieri, in relazione al difficile momento storico che stiamo vivendo, va posta maggiore attenzione ai lavoratori con “particolari fragilità”. La pandemia da coronavirus, inserendosi in maniera irruenta tra i peggiori fattori di rischio biologico nel quale ogni singolo lavoratore potrebbe imbattersi, ha sicuramente stravolto il mondo lavorativo attuale perché, manifestandosi attraverso il contatto interpersonale, può insinuarsi facilmente nell’organizzazione lavorativa e diventare, seppur involontariamente ed incolpevolmente, uno straordinario veicolo per la diffusione in rapporto diretto alla concentrazione e contiguità delle persone che vi operano.

In questa difficile battaglia, nella complessità del mondo lavorativo, va posto specifico riguardo al lavoratore “fragile-immunodepresso” che è più a rischio d’infezione in quanto il proprio sistema immunitario potrebbe non essere in grado di attivare reazioni primarie naturali alle infezioni esterne. In genere, colpiscono drasticamente, il sistema immunitario malattie oncologiche, cardiovascolari, polmonari, reumatologiche, dismetaboliche, infezione da HIV, la malnutrizione ed alcuni rari disturbi genetici, condizioni che sopprimono la capacità del corpo di attivare le sue difese naturali, distruggendo le cellule immunitarie e/o attenuandone la capacità di individuare ed uccidere gli agenti infettivi esterni.

Per le misure di contenimento dell’infezione da Coronavirus, alla luce anche delle norme emanate dal Governo, in un ’ottica di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro ai sensi del Decreto Legislativo 81/2008, si inserisce il ruolo del Medico Competente che, in questo difficile momento, è essenziale per definire misure di prevenzione aggiuntive e specifiche procedure da adottare nel mondo lavorativo.

Oltre l’attuazione delle misure di prevenzione e protezione necessarie per i lavoratori, svolge un ruolo “ponte” tra il datore di lavoro ed il lavoratore per la gestione dei casi con particolari fragilità ed ipersuscettibilità a maggior rischio Covid19. Sarebbe opportuno salvaguardare i lavoratori anamnesticamente affetti, in maniera cronica o acuta, da malattie cardiovascolari (cardiopatia ischemica, fibrillazione atriale, cardiopatia sclero-ipertensiva, scompenso cardiaco, infarto acuto del miocardio.), respiratorie (asma, ipertensione polmonare, bronchite cronica ostruttiva), dismetaboliche (diabete mellito tipo I e II scompensato), neurologiche – psichiatriche (sclerosi multipla, ictus, demenza, grave depressione, psicosi), autoimmuni sistemiche (artrite reumatoide/psoriasica, lupus eritematoso sistemico, sclerodermia, ecc), oncologiche in fase attiva negli ultimi cinque anni e/o in chemio-radio terapia in atto.

Andranno, altresì, tutelati i soggetti trapiantati, con epatopatie croniche HCV- HCV ed HIV, insufficienza renale cronica, obesità grave ed infine, ma non da ultimo, un approccio cautelativo va adottato nei confronti delle donne in stato di gravidanza, così come già previsto dalla Legge 151/2001. Questi indirizzi trovano una triste conferma nell’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità che riporta nel dettaglio le patologie più comuni osservate nei pazienti deceduti COVID-2019 positivi: Si ritiene ragionevole, a causa della sua ampia prevalenza nella popolazione dei deceduti, di escludere dal novero delle patologie da considerare la semplice presenza dell’ipertensione arteriosa in fase di compenso. Quello di un compenso accettabile non potrà non essere un ovvio criterio discriminatorio anche per tutte le altre patologie ad elevata prevalenza. L’età media dei pazienti deceduti ad oggi per Covid-19 è di 78 anni, le donne sono solamente il 29,6%.

Il numero medio di patologie osservate in questa popolazione di 2.7. Complessivamente, 15 pazienti (2.1% del campione) presentavano 0 patologie, 151 (21.3%) presentavano 1 patologia, 184 presentavano 2 patologie (25.9%) e 360 (50.7%) presentavano 3 o più patologie. Per quanto riguarda l’età dei deceduti positivi per Covid-19 al 26 marzo sono 84 su 6801 (1.2%) quelli di età inferiore ai 50 anni. In particolare, 17 di questi avevano meno di 40 ed erano 14 persone di sesso maschile e 3 di sesso femminile con età compresa tra i 30 ed i 39 anni. Di 5 pazienti di età inferiore ai 40 anni non sono disponibili informazioni cliniche, gli altri 8 presentavano gravi patologie pre-esistenti (patologie cardiovascolari, renali, psichiatriche, diabete, obesità) e 1 non presentava patologie di rilievo. Ad avallare il difficile momento lavorativo sui luoghi di lavoro è intervenuto anche l’I.N.A.I.L. che inquadrando i casi di malattia da Covid 19 nel personale sanitario, ha chiarito che le affezioni morbose sono riconducibili ad infortunio sul lavoro e non a malattia professionale e come tali devono essere istruite e trattate in sede amministrativa.

E’ recentissima la notizia a mezzo stampa che è già arrivato il primo risarcimento alla famiglia di un autista del 118, ed in questa ottica l’I.N.A.I.L. ha già precisato che queste misure saranno presto estese anche ad altre professioni. Anche l’ I.N.P.S. , in questa situazione di emergenza da COVID 19, ha chiarito che tutti i lavoratori con patologia cronica e/o immunodepressi ma asintomatici sono a maggior rischio di contrarre infezione: pertanto accetterà in casi simili certificati di malattia da identificare col codice V07 (persone con necessità di isolamento, altri rischi potenziali di malattie e misure profilattiche).

Anche il Governo è intervenuto sull’argomento (articolo 26 – Misure Urgenti per la tutela del periodo di sorveglianza attiva dei lavoratori) chiarendo che per i lavoratori in possesso del riconoscimento dei benefici previsti dall’articolo 3, comma 3, della Legge 104/1992, nonché per quelli con certificazione rilasciata dai competenti organi medico legali attestante una condizione di rischio derivante da immunodepressione o da esiti da patologie oncologiche o dallo svolgimento di relative terapie salvavita ai sensi dell’articolo 3, comma 1 della Legge 104/1992, il periodo di assenza dal servizio è equiparato al ricovero ospedaliero. Inoltre, all’articolo 24 (Estensione dei permessi retribuiti – Legge 104) ha disposto che per i portatori di handicap in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, il numero di giorni di permessi retribuiti è incrementato di ulteriori dodici giornate specificando però che al personale sanitario tale concessione è riconosciuta compatibilmente con le esigenze organizzative.

Pertanto, quello che costituisce un gravissimo problema di “salute pubblica” per tutta la popolazione, nei fatti, diviene anche un problema di salute sul lavoro, giacché la stessa presenza nel luogo di lavoro – come d’altronde accade in qualunque altro ambito in cui si trovino insieme più individui (scuole, mezzi di trasporto, teatri ecc.) – rappresenta una delle possibili cause di contagio. Preservare i lavoratori dal contagio nei luoghi di lavoro significa non solo tutelare la loro salute, ma anche far sì che essi non costituiscano un fattore di rischio per i propri familiari o in genere per i terzi. Nel contempo, è importante evitare allarmismi che, anziché contribuire a fronteggiare efficacemente il problema, si finisce per aggravarlo.

Di Vincenzo Crispino, Medico chirurgo specialista in medicina del lavoro con master in medicina legale -
Medico Competente - Presidio Ospedaliero di Agropoli

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