24 marzo 2020

Balzanelli: "Questa morte si poteva evitare?" Analisi della mortalità da Cvid-19 in Italia

L’elevato tasso di mortalità registrato nel nostro Paese in conseguenza della epidemia da COVID-19, di gran lunga superiore a quello registrato in Cina, pone a considerare – necessariamente – la necessità di rivedere completamente l’approccio clinico complessivo, e quindi il profilo gestionale, a questa malattia.

Aver indicato, quale linea strategica sanitaria nazionale, come criterio di ospedalizzazione la comparsa di affanno (dispnea), non potendosi concepire che siano sufficienti febbre e tosse per ricoverare moltitudini ampissime di soggetti, ha esposto, a quanto documenta l’evidenza clinica, i soggetti infetti da COVID-19, sottoposti a regime di isolamento domiciliare ed al supporto terapeutico esclusivamente a base di paracetamolo, suggerito quale trattamento antipiretico, al catastrofico progressivo peggioramento della funzionalità polmonare, di cui la dispnea rappresenta, purtroppo, l’apice tardivo di presentazione clinica.

Quando, infatti, compare la dispnea, il danno, strutturale e funzionale, del polmone è assai avanzato.

Subito dopo la comparsa di dispnea, come verificato – sistematicamente - nella nostra esperienza quotidiana, l’insufficienza respiratoria acuta tende a precipitare in tempi rapidissimi, imponendo non solo ossigenoterapia ad alti flussi ma, molto spesso, troppo spesso, il ricovero nelle unità operative di terapia intensiva, che prevede intubazione del paziente, coma farmacologico, e ventilazione meccanica invasiva, con netto peggioramento della prognosi.

Intervenire con il ricovero e l’inizio delle cure quando il paziente sia già caduto in una condizione di grave insufficienza respiratoria acuta è, a nostro parere, assolutamente inappropriato, e configura, sul piano clinico, un vero e proprio errore madornale di programmazione e di gestione dell’epidemia.

La conduzione clinica del paziente COVID-19 sospetto e conclamato deve essere, quindi, completamente e drasticamente, rivista, intercettando precocemente la comparsa della insufficienza respiratoria acuta prima che il soggetta avverta affanno, ossia quando i livelli di ossigenazione del sangue si riducono al di sotto di livelli soglia interpretabili quali fisiologici.

Rilevare precocemente l’insufficienza respiratoria acuta nelle sue fasi cliniche iniziali è possibile dotando di saturimetro tutti i pazienti COVID-sospetti o COVID conclamati soggetti a regime di isolamento domiciliare.

Il saturimetro è un piccolo apparecchio che serve, infatti, per misurare la saturazione di ossigeno, parametro che riflette la percentuale di molecole di ossigeno legate all'emoglobina dei globuli rossi (ossiemoglobina), permettendo così di stabilire, in fase assai precoce, lo stato di ipossiemia (ridotta quantità di O2 disponibile nel sangue).

Ha forma simile a quella di una molletta e si applica ad un dito perchè misura la percentuale di ossigeno attraverso il sangue che scorre sotto l’unghia.

In questi casi, i valori normali di saturazione di ossigeno sono, nei soggetti sani, costantemente superiori al 96%.

In pazienti giovani con valori di emoglobina normali (non anemici), privi di altre patologie respiratorie e cardiovascolari, il riscontro improvviso di valori inferiori al 95% deve, quindi, destare sospetto imponendo l’immediata segnalazione del dato rilevato alla Centrale Operativa 118, per la valutazione sanitaria istituzionalmente competente, che può essere effettuata, in tempo reale, h 24, tutti i giorni della settimana, dal medico di Centrale 118.

 

Mario Balzanelli, Presidente Nazionale Sis 118


Redazione


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