23 marzo 2020

L’Italia valuta il metodo Corea, cittadini controllati con il gps e tamponi per tutti

Quando è scoppiata in Italia l’emergenza coronavirus, un altro Paese ha fatto – per un breve periodo di tempo – preoccupare il mondo: si tratta della Corea del Sud. Il tasso di contagi e morti era quasi arrivato a toccare quello della Cina, poi qualcosa è cambiato: il governo ha iniziato a fare tamponi a tutti e tramite gps, a controllare gli spostamenti dei cittadini in ogni istante, sapendo sempre dove e quando intervenire per fermare l’epidemia.

Tristemente, mentre la Corea arrestava i contagi (oggi circa 8.000), l’Italia si aggiudicava il triste primato per numero di decessi causati da covid-19, superando anche la Cina. Ora, il governo targato Giuseppe Conte, potrebbe decidere di imprimere un’accelerazione alla campagna di tamponi per scovare più positivi possibili da isolare. A questo si potrebbe aggiungere un ulteriore metodo coreano, ovvero controlli degli spostamenti tramite il Gps dei cellulari.

Tuttavia, per ora questa resta una ipotesi perché non solo questa soluzione rischia di far sprofondare il governo nell’impopolarità, ma anche di scontrarsi con le leggi in ottica di privacy. Perché infatti, la soluzione “coreana” al coronavirus prevede di battere a tappeto tutta la popolazione a rischio di contagio, sintomatica e non. E poi mappare su una app accessibile a tutti gli spostamenti di tutti coloro che hanno avuto contatti con casi di positivi accertati. O magari di chi ha rotto la quarantena. Così a Seul, come in qualsiasi altra località della Corea del Sud, è stato possibile sapere in tempo reale in quali quartieri o zone del Paese il virus circolasse con più pericolosità.

Il che ha permesso ai coreani di tenersi alla larga dalle aree più rosse, o nel caso fosse indispensabile recarvisi adottando le massime precauzioni. Un metodo possibile con l’app “Corona 100 metri”, che non solo ha mappato gli spostamenti ma anche le transazioni dei soggetti a rischio, spopolando così tra i coreani e consentendo a chiunque ne facesse uso di sapere se e quando aveva incrociato la strada di un possibile covid-positivo. Così tra maggior numero di tamponi e l’uso della mappa dei movimenti dei potenziali "untori", la curva dei contagi in Corea è cresciuta molto più dolcemente che da noi. E senza dover chiudere negozi, uffici o fabbriche.

“So che ci sono problemi di privacy, ma viviamo una emergenza eccezionale e del resto la Corea del Sud è un Paese democratico. Se lo hanno fatto loro non vedo perché non dovremmo farlo anche noi”, ha ribadito il direttore del dipartimento delle malattie infettive, Gianni Rezza alla Stampa, tra gli esperti più ascoltati dal governo. Una sponda l’hanno già trovata nel ministro della salute Roberto Speranza, che avrebbe dato consenso al metodo, ma resta lo scoglio più grande: trovare il placet del resto dell’esecutivo, soprattutto considerando i pareri contrastanti al metodo coreano: la mappatura dei cittadini potrebbe essere utilizzata in futuro per fini meno nobili.

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