21 marzo 2020

Covid-19. Aperta un’inchiesta sulla morte del dottore che per primo lanciò l’allarme

Il mondo chiede giustizia è verità sul decesso di Li Wenliang, l'oculista 34enne che per primo aveva lanciato l'allarme sulla comparsa nel Paese di una pericolosa serie di casi di polmonite. Il medico, diventato simbolo della lotta al coronavirus, è morto il 7 febbraio scorso a Wuhan dopo aver passato due settimane a combattere tra la vita e la morte in un reparto di terapia intensiva. Il primo a finire nel registro degli indagati è il poliziotto che ha redatto il documento contro il medico cinese, e stando alla prima trance delle indagini, sono emersi particolari agghiaccianti sugli ultimi mesi di vita di Wenliang.

I messaggi del dottore

Secondo il rapporto della Commissione di Inchiesta, nel dicembre 2019 diversi ospedali di Wuhan,  hanno ricevuto un certo numero di pazienti con polmonite da causa sconosciuta. Il 30 dicembre, la Commissione sanitaria municipale di Wuhan ha diffuso documenti interni che disponevano interventi per il trattamento di pazienti affetti da polmonite da causa sconosciuta. Lo stesso giorno, subito dopo aver ricevuto le informazioni inoltrategli da un collega, Li ha postato in una delle sue chat di gruppo WeChat – unico canale di comunicazione digitale consentito in Cina - messaggi di testo, tra cui “Sette casi di SARS sono stati confermati al mercato della frutta e dei frutti di mare di Huanan”, inviando nel gruppo una foto e un videoclip.

In seguito ha inviato altri messaggi alla chat di gruppo spiegando che “secondo le ultime informazioni”, è confermata l'infezione da coronavirus. "Vi preghiamo di avvertire le vostre famiglie e di prendere precauzioni". A questo punto, esattamente come il virus, quei messaggi, insieme ad altre informazioni simili, hanno cominciando a girare sempre di più, raggiungendo migliaia di persone. Ed è qui che per Li sono cominciati i problemi. La Cina ha iniziato a indagare contro di lui.

Il primo appello della polizia

Il 3 gennaio 2020, continua il documento della Commissione di Inchiesta, una stazione di polizia locale dell'Ufficio di Pubblica Sicurezza di Wuhan ha convocato Li per un colloquio. Durante il confronto, Li avrebbe affermato che era sbagliato inviare i messaggi relativi alla SARS in un gruppo di WeChat. E a quel punto gli è stata inviata una lettera di rimprovero della polizia. Questo, almeno, secondo le ricostruzioni ufficiali. Da qui anche il dossier ha un buco nero: nessuna notizia del medico, forse era stato arrestato. Di fatto molta gente, tra cui colleghi, iniziarono a fare domande scomode quando Li non si è più presentato a lavoro.

Il decesso, un lungo calvario pieno di zone d’ombra

Il 10 gennaio 2020, Li ha sviluppato la febbre. Il 12 gennaio è stato ricoverato in ospedale nel reparto di oftalmologia dell'Ospedale Centrale di Wuhan prima di essere trasferito nella zona di degenza n. 3 del reparto di pneumologia e terapia intensiva dell'ospedale due giorni dopo.

Li è stato trasferito il 23 gennaio nel reparto di terapia intensiva del reparto di pneumologia e terapia intensiva dell'ospedale ed è morto il 7 febbraio. I medici curanti di Li, stando sempre alla ricostruzione ufficiale, hanno dichiarato che il trattamento per lui era basato sulla procedura, è stato tempestivo e che i medici hanno fatto del loro meglio.

Ma anche su questo, pur non bastati su prove certe, ci sono alcuni dubbi. È certamente vero che il medico è stato trattato al meglio, il punto però è un altro: poteva essere curato prima? È vero che è stato arrestato e che, quindi, c'è stato un ritardo nella somministrazione delle cure? Si tratta di domande a ora senza risposta.

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