18 marzo 2020

Coronavirus. L'origine dell’incubo: squilla il telefono della “Bat woman” cinese

Il suo cuore si è fermato quando dall’istituto di ricerca cinese, brancolando ancora nel buio, le hanno parlato di una malattia simile alla Sars – che tra il 2002 e il 2003 – ha causato oltre 800 vittime in Cina. Ma non avrebbe mai potuto immaginare, lei che di epidemie ne ha viste tante, a cosa sarebbe andata incontro. A cosa saremmo andati incontro.

Il racconto dell’analisi sui primi due campioni analizzati del nuovo coronavirus è stata pubblicata dalla Scientific America lo scorso 20 marzo, in Italia arriva grazie alla traduzione della rivista Le Scienze.  

Sono le 7 di sera del 30 dicembre 2019. All’Istituto di Virologia di Wuhan arrivano due pazienti. Subito dopo, il cellulare di Shi Zhengli - virologa dell’istituto conosciuta in tutto il mondo per le sue spedizioni nelle grotte cinesi a caccia di pipistrelli - ha squillato: era il suo capo, il direttore dell’istituto. Il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie di Wuhan aveva scoperto un nuovo coronavirus in due pazienti ospedalieri con una polmonite atipica, e voleva che il prestigioso laboratorio di Shi indagasse. Non si sapeva ancora nulla di certo e solo alcuni giorni dopo, Li Wen Liang, medico di Wuhan per primo lanciò l'allarme per il coronavirus e fu silenziato dalla polizia del regime.

Erano tutti di fronte a una minaccia ancora avvolta nel buio, nel mistero, quasi come quello delle caverne che Shi è abituata ad affrontare. Ma la donna capì immediatamente che se la scoperta fosse stata confermata, il nuovo patogeno avrebbe rappresentato una grave minaccia per la salute pubblica perché, secondo quanto riscontrato nei primi due pazienti, i patogeni appartenevano alla stessa famiglia di virus trasmessi dai pipistrelli e di quello responsabile della SARS (sindrome respiratoria acuta grave). Il direttore le disse: “Interrompi quello che stai facendo e mettiti al lavoro subito”, ricorda Shi.

Così Shi – una virologa che spesso i colleghi definiscono la Bat Woman cinese, dato che da sedici anni va a caccia di virus tra i pipistrelli delle caverne – è uscita dalla conferenza a cui stava partecipando a Shanghai ed è saltata sul primo treno per Wuhan. “Mi chiedevo se si stessero sbagliando”, racconta.

Non avevo mai pensato che una cosa del genere potesse succedere a Wuhan, nella Cina centrale”. I suoi studi avevano dimostrato che sono le aree subtropicali dello Guangdong, dello Guangxi e dello Yunnan, nel sud del paese, quelle in cui è maggiore il rischio che i coronavirus passino agli esseri umani dagli animali, in particolare dai pipistrelli, notoriamente un serbatoio di virus. Se i colpevoli erano i coronavirus, ricorda di avere pensato, “potevano essere arrivati dal nostro laboratorio?”.

Sul treno di ritorno a Wuhan, il 30 dicembre dell’anno scorso, Shi e i colleghi hanno discusso su come fare a cominciare subito a testare i campioni dei pazienti. Nelle settimane seguenti – il periodo più intenso e stressante della sua vita – la Bat Woman cinese ha avuto la sensazione di combattere nel suo peggior incubo, anche se era ciò cui si stava preparando da sedici anni.

Usando una tecnica detta reazione a catena della polimerasi che è in grado di rilevare un virus amplificando il suo materiale genetico, il primo round di test ha mostrato che i campioni di cinque pazienti su sette contenevano sequenze genetiche note per essere presenti in tutti i coronavirus. Da allora questa nuova epidemia, combattuta egregiamente a Wuhan, ha raggiunto gran parte del mondo e miete migliaia di vittime “correndo” tra continenti e paesi, lasciandosi alle spalle sofferenza a e distruzione.

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