26 febbraio 2020

Coronavirus. L’assurda guerra tra ospedali e governo italiano: polemiche e accuse

In uno dei momenti più delicati di sempre sotto il profilo della sanità del Paese, si litiga sulle responsabilità dell’epidemia. A finire al centro della polemica è il presidio ospedaliero di Codogno, ospedale Civico Codogno, la prima città focolaio italiana. E a scatenare la diatriba sono state le parole del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che a chiare lettere ha accusato l’ospedale di essere “complice” della diffusione del virus in Italia, a causa della scarsa preparazione al contenimento dell’epidemia.  

Abbiamo due focolai del virus uno dei quali è nato con la complicità di un ospedale che non ha osservato determinati protocolli favorendo la nascita di uno dei due focolai che cerchiamo di contenere con misure draconiane”, è l'accusa del presidente rivolta all’ospedale in provincia di Lodi. Si tratta di parole dure che di certo non sono passate inosservate all’équipe medica del Codogno, da quasi una settimana in prima linea nella lotta al coronavirus.

Insomma, parole dure che arrivano proprio in un momento di particolare apprensione per i medici, soprattutto perché – secondo dati nazionali e internazionali – i sanitari impegnati in questa battaglia sono i più esposti alla malattia: in Cina numerosi decessi portano proprio la firma di eroi in camice bianco che hanno perso la vita nel tentativo di battere il virus. Tuttavia, le parole "pesanti" pronunciate da Conte hanno trovato la replica da Codogno.

Botta e risposta medici-Governo

"Abbiamo fatto il nostro dovere e abbiamo la coscienza a posto. Dal primo istante dell'emergenza non abbiamo lasciato i nostri ammalati nemmeno per un istante. Alcuni di noi, tra medici e infermieri, sono infetti e lottano adesso contro il morbo. Non siamo eroi e non pretendiamo gratitudine per il nostro lavoro: ma ascoltare dalle massime cariche dello Stato certe parole, che moralmente uccidono più del virus, fa male e ci umilia", racconta la nota stampa dal Codogno.

"Nessun ospedale d'Italia - dicono i medici del pronto soccorso diretto da Stefano Paglia - una settimana fa si sarebbe comportato in modo diverso. Abbiamo applicato protocolli e direttive di Istituto superiore di sanità, Oms e ministero della Salute. Nessuno di loro avrebbe suggerito tampone e isolamento per un italiano con i sintomi classici dell'influenza, non reduce dalla Cina e che non dichiara contatti con persone provenienti da là. Appena il quadro è cambiato, il protocollo è stato seguito. Il contagio purtroppo era già esploso da giorni, al punto da costringerci a chiudere il reparto".

Tuttavia, nonostante le liti, l'ospedale di Codogno resta l'incubatrice perfetta del Covid-19 in Italia. Qui ha rischiato di morire Mattia, 38 anni, dirigente dell'Unilever di Casalpusterlengo, "paziente uno" dell'epidemia che paralizza il Nord.

"È inaccettabile - accusa a nome di tutti Costantino Pesatori, sindaco di Castiglione - dover elemosinare mascherine e disinfettanti per sopravvivere, dopo essere stati reclusi sine die per solidarietà nazionale. Nel cuore del focolaio la gente, oltre che sacrificata, è abbandonata. Una mascherina costa 8 euro, se si trova. Non abbiamo più un pronto soccorso. Gli anziani stanno ore in coda al freddo per fare la spesa, prima di scoprire che gli alimenti sono finiti".

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