21 febbraio 2020

De Carlis, Niguarda: "Italia un paese che dona, ma troppe differenze tra Nord e Sud"

In Italia nel 2018 si è raggiunto il 22,6% di donatori utilizzati per milione di popolazione contro il 5,8% del 1992 e, come riporta il Sistema Informativo Trapianti del Ministero della Salute, i cittadini che hanno espresso il loro consenso alla donazione di organi assommano, alla data del 16 settembre 2019, a 4.892.594.

Dati importanti che “dimostrano che comincia a esserci una diversa e maggiore sensibilizzazione ‒ commenta il professor Luciano De Carlis, Direttore del Niguarda Transplant Center e Professore in Chirurgia presso l'Università degli Studi di Milano Bicocca ‒. Ci si augura che le persone decidano consapevolmente esprimendo una volontà riguardo la donazione, positiva o negativa che sia, avendo a disposizione tutti gli strumenti per poter compiere questa scelta”.

C’è ancora, tuttavia, una forte disparità tra il Nord e il Sud dell’Italia, con Puglia e Sicilia che si contendono il primato per il numero di opposizioni alla donazione di organi e tessuti al contrario della Valle d’Aosta in cui si è registrato addirittura lo 0% di opposizioni.

L’Italia non è assolutamente un paese che non dona ‒ afferma De Carlis ‒, anzi, ha un numero maggiore di donatori rispetto alla Germania e alla Gran Bretagna, ma si dona davvero tanto al nord e poco al sud. L’attività della donazione è complessa, necessita lo svolgimento di procedure che devono essere messe in pratica in maniera celere da personale specializzato e nelle regioni meridionali è necessario lavorarci su”.

Poi, oltre a chi esprime una volontà consapevole in merito, ci sono altri dati da tenere in considerazione. Dovrebbe infatti, ove possibile, venir sempre fatta una richiesta ai familiari da parte dei medici che constatano il decesso di un paziente che potrebbe rappresentare un valido candidato alla donazione.

I familiari potrebbero rifiutare, magari per un retaggio culturale o religioso, ma “la maggior parte delle mancate donazioni è data da un deficit di organizzazione sanitaria".

"Sicuramente in questo momento in Italia non tutti i donatori (deceduti) vengono riconosciuti come idonei all’espianto degli organi, nonostante lo siano, e segnalati dai vari ospedali. E non tutti gli ospedali sono sensibilizzati, neanche i medici, a proporre un evento donativo”, conclude De Carlis.

 

 

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