16 gennaio 2020

Niguarda. 15 organi trapiantati in pochi giorni, De Carlis: "Siamo la Formula 1 della Medicina"

Vi abbiamo già parlato dell’Ospedale Niguarda di Milano e del caso dei 15 organi trapiantati in pochi giorni tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020. Un vero e proprio “miracolo del Natale” che ha donato nuova vita a 11 persone tra cui due bambini.

L'ospedale aveva sottolineato in una nota: “Un fermento di generosità e di dedizione al lavoro che non si fermano mai, anche quando il resto del mondo festeggia o è in pausa”.

Tuttavia, per il dottor Luciano De Carlis ‒ Direttore del Niguarda Transplant Center e Professore in Chirurgia presso l'Università degli Studi di Milano Bicocca ‒ intervistato da RCS Salute, non si è trattato di un evento poi così insolito.

L’eccezionalità della notizia è data dalla concentrazione di donatori, ma noi al Niguarda siamo abituati a lavorare a certi ritmi. Siamo la Formula1 della Medicina”, ha commentato De Carlis abbozzando un sorriso.

Quasi 30 ore di sala operatoria solo per prelevare gli organi dai 4 donatori, tutti pazienti deceduti nel nosocomio milanese tra i 19 e gli 81 anni, senza contare la durata delle operazioni eseguite sui riceventi.

Basti pensare che per un trapianto di fegato vi è una media di 6-8 ore in sala operatoria, 3 ore per il rene e 4-5 ore per il cuore” ‒ spiega De Carlis ‒. Ci sono volute 80 persone per organizzare questo tipo di attività. Il lavoro impeccabile svolto da un’ottima équipe chirurgica, da rianimatori, assistenti, anestesisti di prim’ordine, strumentisti capaci quasi di eseguire essi stessi un trapianto tanti ne hanno visti”.

Insomma, una vera orchestra la cui specializzazione ed esperienza sono imprescindibili per una buona riuscita degli interventi: a questi livelli non si possono assolutamente commettere errori.

Ritmi di lavoro elevati, è vero, “anche di notte, durante le festività, quando tutti vorrebbero stare in compagnia dei propri cari, ma non al di fuori delle capacità umane di sopportazione”, precisa il Direttore del Transplant Center.

Siamo abituati, non ci fermiamo neppure a Capodanno. È per questo che la vera eccezionalità della notizia sta nel gran numero di operazioni concentrate nell’arco di pochi giorni”.

Nulla che l’ospedale non sia in grado di affrontare.

Il Niguarda ha appunto investito nel campo dei trapianti, oltre che economicamente anche nel reperimento di risorse umane, nonostante al giorno d’oggi sempre più giovani medici si allontanino dalle specializzazioni a causa del cosiddetto imbuto formativo e, soprattutto, della convinzione che esistano specialistiche di serie A e specialistiche di serie B: “Se in passato il chirurgo aveva difficoltà a trovare un posto di lavoro, adesso sono le stesse strutture ospedaliere, pubbliche e private, a richiedere a gran voce questa figura perché non ce ne sono molti ‒ fa notare De Carlis ‒. La nostra attività di “Formula 1” però affascina. I giovani medici ne sono entusiasti e in questo campo non soffriamo la carenza di personale specializzato come in altri”.

Il Niguarda ha infatti raggiunto altissimi livelli d’eccellenza in Italia.

Parliamo del primo ospedale italiano a effettuare un trapianto di rene nel 1972”, dice con visibile orgoglio De Carlis.

Abbiamo cominciato nel 1985 con i trapianti di fegato e da allora ne sono stati realizzati più di 2000, più di 3500 trapianti di rene e oltre 1000 trapianti di cuore. Primi in Italia anche a effettuare il trapianto di fegato nell’adulto da donatore vivente”.

Un tipo di trapianto, quest’ultimo, che ha una percentuale di rischio bassissima e rappresenta spesso l’opportunità migliore, se non unica, per chi non può aspettare in lista d’attesa (la cui durata si aggira intorno a una media di 6-8 mesi).

Il trapianto da donatore vivente si può svolgere in un mese. La procedura chirurgica è più complessa rispetto a quella da cadavere, ma solitamente viene effettuato tra persone consanguinee e quindi con una familiarità immunologica maggiore e un conseguente minor rischio di rigetto”, precisa De Carlis.

 “Il fegato è l’organo più difficile da trapiantare, ma paradossalmente è quello che ha bisogno di meno trattamenti immunologici. Chi ha subito un trapianto di fegato segue una terapia immunosoppressiva, un farmaco antirigetto da assumere al mattino e alla sera. Nulla di troppo particolare”, aggiunge il chirurgo.

Senza pensare agli ottimi tempi di ripresa dei pazienti che hanno una percentuale di sopravvivenza a un anno dall’operazione del 94%.

Ma torniamo a chi ha ottenuto una seconda possibilità di vita e a chi, perdendola, ha potuto donare gioia a serenità a tante altre persone.

Uno dei donatori aveva appena 19 anni. Deceduto purtroppo in seguito a un incidente stradale che non gli ha lasciato scampo. Ha donato cuore, reni, fegato, polmoni, pancreas ‒ spiega De Carlis ‒. E il fegato del donatore è stato diviso qui al Niguarda in due parti con la tecnica della Split liver transplantation: la parte più grossa, quella di destra, è andata a una paziente 58enne ricoverata qui al Niguarda in gravi condizioni, mentre la parte più piccola, quella di sinistra, è stata inviata a un centro specializzato nel trapianto pediatrico”.

Ed è qui che entra in gioco la certosina organizzazione che precede ogni trapianto di organi e tessuti e che vede spesso coinvolti anche voli di Stato oppure voli organizzati dal Centro Nazionale Trapianti, vista l’importanza della celerità nella preservazione dell’integrità dell’organo trasportato.

La parte di fegato destinata al bambino è stata infatti trasportata in elicottero per sopperire alle distanze che possono frapporsi tra donatore e ricevente, tra centro trapianti e centro prelievo”, precisa il Direttore.

Tra gli 11 trapiantati ci sono appunto anche due bambini, ma gli interventi sono stati eseguiti nei centri specializzati in trapianti pediatrici.

La differenza tra un trapianto su un adulto e uno su un bambino non sta tanto nell’operazione in sé (che anzi si rivela più facile nel caso dei bambini perché le strutture sono più semplici da gestire), quanto nel post-operatorio e nel settore rianimatorio (molto più complesso per il bambino)”, conclude De Carlis.

Esprimere il proprio consenso o diniego alla donazione di organi e tessuti si rivela dunque fondamentale per poter salvare quante più vite possibili.

I risultati delle rilevazioni effettuate dal Sistema Informativo Trapianti devono rappresentare una base da cui partire per poter lavorare sulla sensibilizzazione dei cittadini italiani alla donazione, partendo dalle regioni in cui si rileva il tasso maggiore di opposizioni alla donazione e individuando le motivazioni che stanno alla base della scelta.

Ne parleremo più approfonditamente nei prossimi giorni con il dottor De Carlis.

Condividi su:



Articoli Correlati