30 settembre 2019

La storia di Aditya: single, 30 anni, adotta bimbo con Sindrome di Down

Circa 5 anni fa, il giorno del compleanno di mio padre, andai in un orfanotrofio a distribuire dolcetti… è stato lì che ho visto Avnish per la prima volta”.


Comincia così la storia che un ragazzo di Bombay, Aditya Tiwari, 30 anni, ha raccontato a Humans of Bombay, la pagina Facebook di un fotografo che cattura istanti di vita quotidiana e raccoglie storie partendo dal presupposto che ogni essere umano ne abbia una da raccontare.

E la storia del neo-papà di Avnish colpisce, forse più delle altre, perché è fatta di coraggio, tenacia, amore, tenerezza e paura, tanta da non sembrare quasi reale, come la trama di un film, di quelli che alla fine lasciano un segno indelebile nella tua memoria.


Cinque anni fa, quando Avnish aveva solo cinque mesi, Aditya lo trovò su un letto, in un angolo, tutto solo: “Nessuno gli prestava attenzione. Io non sono riuscito a trattenermi e l’ho preso in braccio, lui ha riso ed è scattata la scintilla”.


E Avnish era stato lasciato solo di proposito perché considerato “Paagal” (pazzo) in quanto affetto dalla Sindrome di Down, una condizione che, a parere degli operatori dell’orfanotrofio, rendeva il piccolo non adottabile: “In ogni caso, morirà in pochi anni”, una risposta agghiacciante che colpì Aditya, tanto da costringerlo a letto insonne, assillato dall’idea che un bambino potesse essere lasciato morire in questo modo.

Non sapevo cosa fare, ma sapevo che non potevo arrendermi”.

Da qui parte il calvario del 30enne che, rassegnato all’idea di non poter adottare il bambino (essendo single e di età inferiore ai 30 anni, a detta dei funzionari non rispondeva ai requisiti minimi per poter accedere alle procedure di adozione), comincia a fare visita spesso ad Avnish per poter passare un po\' di tempo con lui.


Cominciai anche a chiedere di visionare la documentazione sul suo stato di salute per verificare se fosse curato a dovere, ma ogni volta il guardiano dava risposte evasive o fasulle”.


A quel punto, l’interesse di Aditya per Avnish spinge i funzionari dell’orfanotrofio a trasferire il bambino a Bhopal, una città a 15 ore di auto di distanza. Neppure il lungo viaggio, tuttavia, riesce a fermare il giovane che guida ogni weekend senza sosta pur di vedere quello che ormai è divenuto il suo bambino.


La situazione del piccolo Avnish, troppo nebulosa per non nascondere qualcosa di profondamente più terribile, viene presentata da Aditya ai ministri indiani e a figure di spicco, oltre che al “Child Welfare Council”, che risponde di non avere alcuna documentazione sul piccolo.


Avnish per la legge non esiste, ma non è il solo: “Tanti di questi bambini stavano sparendo e io sospettavo fossero vittime del traffico di bambini e della vendita di organi. Non volevo che Avnish o qualsiasi altro bambino avesse questo destino”.


La verità doveva essere tirata fuori, e Aditya ci prova con petizioni e denunce alla polizia locale. Neppure le chiamate intimidatorie lo spaventano: “Mi dicevano di smetterla di ficcanasare, oppure ne avrei pagato le conseguenze”. Poi, finalmente, qualcuno risponde alle sue richieste d’aiuto: il Ministro del Welfare decide di aiutarlo e di accelerare le indagini. La verità viene a galla, l’orfanotrofio viene chiuso, tutti i bambini vengono trasferiti in strutture sicure e, dopo 11 lunghi mesi, arriva anche la custodia di Avnish.


È stato il momento più felice della mia vita ‒ afferma Aditya ‒. Vivevo solo, quindi ho reso la casa sicura per il bambino, passato notti a capire come cambiare i pannolini e a imparare a prendermi cura di un bambino con la Sindrome di Down. E il giorno in cui Avnish è arrivato a casa, è stato come se il sole fosse entrato nella mia vita. Non avrei passato un’altra notte a preoccuparmi per lui, perché lui era proprio accanto a me”.

Adesso Avnish va all’asilo, chiama Aditya sia mamma che papà, gli piace giocare e leggere.


È la cosa migliore che mi sia mai capitata, è il mio mondo, è mio figlio e insieme renderemo questa vita speciale”.

 

Sabrina Autiero

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